1322 - Capodanno
Eventualmente, la bambina fu accettata come maiko in prova, a patto che il suo lavoro ripagasse ciò che la signora Katsue aveva pagato per lei, a patto che continuasse a dimostrarsi degna dell’okiya.
Cambiò pelle ancora una volta: dopo molti bagni, tornò a risplendere un bianco candido di perla; cambiò vestiti, e gli stracci vennero sostituiti dalle sete dei suoi primi kimono ricamati; cambiò nome in Kin, oro. In virtù dei talenti che l’avevano portata in quelle stanze, ad imparare lo shamisen, a servire il tè e l’arte della conversazione dietro i ventagli, in virtù della profezia trascritta sul talismano del tempio la notte di Capodanno.
Momo aveva acconciato Kin, che a dieci anni era più simile ad una bambola che ad una bambina, con l’amore che si riserva ad una figlioletta; aveva coperto il colletto e le maniche del suo kimono con pelliccia di volpe bianca, aveva truccato le labbra come le fanciulle di due anni più grandi e annodato i suoi capelli con molti fermagli. Quando vide Hideki al tempio, iniziò subito a parlare di quanto fosse bello e galante, e di quanto essere richiesta da lui e dai suoi fosse un grande onore: l’uniforme nera, la spada al fianco - così diversa dalle spade di tutti gli altri, con quei caratteri esotici che leggeva ad alta voce con la voce timida e mascolina, se gli veniva chiesto per favore, i capelli neri lucidi come l’inchiostro.
Lui vedendole si avvicinò a salutare la giovane geisha e la sua piccola maiko: Momo fu al settimo cielo e Kin, a dieci anni, capì di aver incontrato il suo destino. Quando vennero fatte le presentazioni, tutti presero le parole di Hideki come un complimento molto galante:
- L’airone è fatto per mangiare le rane. Sarai la mia rovina, piccola Kin.
- L’airone è fatto per mangiare le rane. Sarai la mia rovina, piccola Kin.
Hideki parlava con lei per poesie e per regali, perlopiù recapitati dalla signora Katsue o dalla stessa Momo; non richiedeva mai la sua compagnia e, quando lo faceva, dopo poco tempo doveva allontanarsi per doveri ed impegni improvvisi, lasciando ad altri l’onore di riaccompagnarla all’okiya; non le chiedeva di suonare per lui o versargli da bere, anzi spesso perdeva tempo in qualche consiglio di natura personale, come quale medico visitare per l’infreddatura stagionale o come approcciarsi ad altri conoscenti che avrebbero potuto causarle qualche fastidio. Era esperto e un divertente rivale nel gioco delle carte. In lei cresceva un affetto che non poteva aver provato per quella figura paterna di cui ricordava a malapena i denti marci e che non credeva avrebbe provato mai per altri uomini, e al suo quattordicesimo compleanno fantasticava spesso di quando sarebbe diventato il suo favorito.
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