1341, Autunno [Parte Prima]
La Concubina sedeva in ginocchio nel dojo osservando gli allenamenti degli uomini della guardia della villa, abbattuti uno dopo l’altro, come le foglie d’acero nel giardino, dai colpi di tantō del Corvo, la cui abilità nelle arti marziali stupiva in maniera seconda solo alla sua rapidità nell’apprendimento.
Si poteva permettere, la Concubina, una familiarità più spicciola con gli uomini della guardia e dell’esercito proprio in virtù del suo grado, anche se completamente onorifico, tra le schiere del marito. Partecipava, spesso in silenzio, alle riunioni tattiche e ai consigli di Pace e di Battaglia: e come i corvi sono stati, in passati, i veloci messaggeri degli dei, ella parlava per voce del suo Corvo; ma quando lo faceva di persona, tutti la ascoltavano.
Era forse la dimensione che ad oggi più si addiceva lei, e l’ambiente marziale quello in cui si sentiva più a suo agio.
- Kin-Chan, le foglie d’acero impallidiscono d’invidia nel vederti.
Se ci sono creature più pericolose delle donne, sono le donne il cui amore lo è stato offeso; e per quanto ferito, l’amore della Concubina per l’Amministratore Capo Takenaka Hideki non aveva mai vacillato; era molto più maturo di quando l’aveva conosciuto; qualcuno avrebbe detto: vecchio. Aveva meno di cinquant’anni, ma troppe responsabilità sulle spalle e anche lui, nel petto, un sentimento che non aveva mai potuto far fiorire. La Concubina lo sapeva e ferì dove non avrebbe dovuto, dove non avrebbe voluto.
- E’ molto tempo che non mi chiami in questa maniera, Hideki-San. E’ molto tempo che non parliamo. Avevo quasi dimenticato i tempi dell’okiya e la nostra lunga amicizia. E temevo che l’avessi fatto anche tu.
- Mi merito il tuo rancore, Kin-Chan. Ma questa tua accusa, tra tutte, è ingiusta.
Non aveva dimenticato i messaggi e le poesie che si erano scambiati, di nascosto, anche in questi lunghi anni: era quanto di più potessero osare, più di ciò che potessero permettersi: solo il Corvo era stato testimone (e più di una volta complice) delle loro missive d’amore; pur non capendo il linguaggio metaforico con cui esprimevano i loro sentimenti, anzi senza nascondere per esso una certa derisione, aveva osservato i loro sguardi e decifrato già da tempo il loro cuore.
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