1342, Primavera [Parte Prima]
Aveva atteso, seduto; come i gatti il Corvo vedeva al buio e scrutò fisso nell’oscurità fino a che non sentì lo shoji di carta di riso aprirsi per permettere alla figurina accucciata della Concubina di strisciare all’interno; non era la sua solita andatura cauta e timida, l’andatura della migliore e più obbediente delle cortigiane di Kozakura: era stanca. Era dolorante.
Aveva atteso, nascosto; che tutte le cameriere si allontanassero, che lei si accocolasse nel futon, permettendo alle lacrime calde di bagnare il cuscino, privata del dolce sonno che avrebbe meritato quella notte e molte alte prima. Ma ogni volta che tornava dai colloqui notturni e privati con lo shogun, la Concubina sembrava essere sempre più stremata, logorata da qualcosa che non era solo fisico.
Da che era arrivato a Gifu, aveva potuto perlopiù osservarla da lontano: e se Hideki gli aveva promesso che avrebbe potuto starle accanto e tanto più si era raccomandato di farlo, solo alludendo a quello che ai suoi occhi era una reale minaccia alla sicurezza della Concubina, tutta la corte sembrava volerlo tenere lontano da lei.
Fortunatamente, il Corvo era una creatura che agiva liberamente nelle tenebre.
Mentre scivolava nel futon vicino a lei come si fa tra fratelli nelle notti di tempesta, sapeva perchè già dal respiro aveva capito che la Concubina fosse a conoscenza della sua presenza in quella stanza dal momento in cui vi aveva messo piede.
Avvicinandosi alle sue spalle, smise rapidamente di sorridere; nello sfiorarle, lei tremava di dolore; e ciò che rendeva umida la schiena del kimono non potevano essere le lacrime della donna: quando osservò di nuovo le dita che avevano sfiorato la sua pelle nuda, nel bluastro della notte vide scintillare il rosso del suo sangue; cercandole la mano, vide attorno al suo polso delicato il segno lasciato dalle corde.
A quella vista per lui orrenda, il Corvo tornò ad accarezzare pensieri crudeli.
Chiuse gli occhi ed osservò la cameriera; aveva un occhio pigro per una malattia che aveva avuto da bambina e nel vederlo, quella notte lo shogun aveva pensato bene di cavarglielo - perchè lo infastidiva, diceva. L’aveva fatta legare e imbavagliare e, ancora grondante di sangue dall’orbita vuota, aveva detto ordinato alla Concubina di provare il filo della sua spada sul collo della poveretta. ‘Se fai come ti ordino sarà una morte veloce per lei, altrimenti soffrirete entrambe.’ La concubina era stata colpevole di aver tentennato qualche istante più del previsto: la cameriera era stata portata via scalciante, gli urli di terrore soffocati dalla stoffa annodata tra i denti. Alla Concubina, invece, erano state solo legate le mani dietro la schiena: era un giocattolo prezioso e non sarebbe morta; inoltre, aveva desiderio di sentirla urlare. Il Suino mostrò ai suoi occhi uno strumento che si usa normalmente in falegnameria: una lama sottilissima incesellata in un temperino di legno, poi lo usò sulla sua pelle.
- Ti ho mai raccontato della storia del fantasma di Okiku-San, Signor Corvo?
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