sabato 30 settembre 2017

Background - Concubinato (Parte 7/??)

1335, primavera


Koichi si struggeva osservando come la dolce Concubina spiava l’uomo venuto da Gifu.
Sopportava ogni giorno l’idea che la sua coetanea fosse la concubina del padre, un uomo più grande di lei del doppio degli anni: perchè sapeva che lei in realtà lo aborriva.
Sopportava anche che Takenaka Hideki la desiderasse, e come non poteva essere? A metà dei suoi vent’anni, la Concubina era splendida, elegante, delicata e leggera; silenziosa ed obbediente, sarebbe stata la migliore delle mogli.
Ciò che non poteva proprio tollerare era la consapevolezza che la giovane lo osservasse di rimando, distante ma teneramente, struggendosi di quella lontananza.
Iniziò a seguire la Concubina, a trovare modi e scuse per starle vicino, di parlare con lei; e bagnava spesso le maniche del kimono della ragazza con le sue lacrime, tentando di tirarla a sè, e di sussurrarle altre parole che lei ogni volta rifuggiva con gentile fermezza; e l’aveva vista invece cercare con gli occhi tristi quello stesso tipo di vicinanza da parte del loro ospite che continuava, con la scusa delle complesse vicende politiche che vedevano gli Hojo guadagnare i favori dello Shogun con le loro promesse fallaci, a prolungare la sua permanenza alla villa.

Koichi si struggeva, malato di gelosia e così costruì la sua condanna.

venerdì 29 settembre 2017

Background - Concubinato (Parte 6/??)

1335, inizio dell’Inverno


I preparativi per la visita dello Shogun erano oramai quasi ultimati e Iwao Yamashita aspettava l’arrivo della portantina nel cortile principale della villa con una certa ansia; i rapporti con lo shogun si erano esacerbati, resi distanti, più freddi: dopo aver ordinato il suicidio dei precedenti capi della famiglia Hojo aveva rinsaldato le politiche matrimoniali con quelli che erano rimasti di loro, e la posizione degli Yamashita, benchè consolidata, si stava rapidamente appesantendo: tra le due famiglie la rivalità era più forte che mai, faide e duelli d’onore erano all’ordine del giorno, le provocazioni erano continue.
Grande fu la delusione, sua e di tutta la casa, quando dalla portantina scese non lo shogun, ma suo fratello minore; nelle sue stanze, la Concubina scrisse al marito di non preoccuparsi: inviare il fratello minore, rivestito dell’importante carico di Amministratore Capo dello Shogun, era comunque segno che qualcosa di importante stava per capitare e che la famiglia Yamashita ne sarebbe stata messa al corrente e a parte.
Si ritrovava confortevole nella sua posizione di concubina; preferiva, invece che compiacere il marito con le arti amatorie, consigliarlo e discorrere a lungo con lui, che pareva apprezzare passare del tempo ad ascoltarla, e teneva di gran conto ogni suo consiglio; non mancava di parlarle delle guerre, delle cospirazioni e delle battaglie, come si fa con gli oracoli: e puntuale lei offriva il suo responso; ogni volta era quello adatto.


Chiuse gli occhi ed era nel cortile; durante la notte aveva nevicato, ma la giornata invernale era scintillante; tutto era bianco e celeste, tutto era ghiaccio. Dalla portantina era da poco sceso il Fratello Minore dello Shogun, l’uniforme nera, la spada al fianco - non era una katana, non era una spada T’u Lung o Shou; quella spada l’aveva vista solo al fianco di una persona: Takenaka Hideki.

giovedì 28 settembre 2017

Background - Militanza (Parte 5/??)

1330 - Estate, Obon Matsuri [Parte Seconda]


Yamashita Iwao mentiva; non l’avrebbe portata dall’imperatore ma dallo Shogun, e si vantò come si fanno gli uomini delle sue prodezze militari e guerresche ed ottenne i complimenti di rito; sfoggiò Ren come se non fosse altro che un grazioso talismano, raccontandogli di come gli avesse predetto la feroce vittoria contro i traditori del Bakufu di Gifu. Lo Shogun le usò rispetto e la trattò come una gemma preziosa, e quella notte inviò un bel ventaglio in dono alla nuova Concubina del daimyo di Sudaiko.
Yamashita Iwao era un bugiardo, un serpente con due lingue: nella sua casa a Odaiko una sposa legittima c’era già: Lan Bao Guo era una delle ultimi discendenti della dinastia regnante di  T’u Lung, sangue nobile e magico nelle vene, un fascino languido negli occhi feroci. Trascinata via in catene quand’era bambina dal padre di quel demone maligno che sarebbe diventato il suo sposo, promessa in moglie come dono di guerra in una lingua che non conosceva, il corpo insozzato dalle mani del barbaro che osava chiamarla Signora. Aveva per lui dato alla luce un figlio maschio: Fu Qiang Guo, poi chiamato dal padre Koichi.

Lan odiava con tutte le sue forze quel verme di Yamashita Iwao, ma non aveva nulla contro la giovane donna che si era portato a casa, che anzi aveva salvato la vita all’unico motivo per cui accettava quell’esistenza di umiliazioni, Fu Qiang.
Riconosceva il potere magico che scorreva nelle sue vene come simile al suo, anche se molto meno potente; riconosceva che ella se mai avesse avuto un figlio maschio sarebbe potuta divenire un rischio non tanto per la sua posizione (era agiata, ma vi avrebbe rinunciato ben volentieri, per vedere completa e soddisfatta la sua vendetta!) quanto quella di Fu Qiang, che non aveva mai trovato il completo favore del padre, per non parlare del rispetto. Il veleno che somministrava però a Iwao Yamashita e le arti magiche e sensuali con cui comunque lo teneva legato a sè sarebbero bastati però ad assicurarsi l’unica linea di discendenza fino a che il vecchio bastardo non fosse morto.


E chissà, per allora la ragazza avrebbe perfino potuto trovare una qualche utilità.

mercoledì 27 settembre 2017

Background - Militanza (Parte 4/??)

1330 - Estate, Obon Matsuri [Parte Prima]


Era una fanciulla di diciassette anni nel fiore della sua bellezza quando un soldato assetato venne a morire ai suoi piedi, mentre faceva il suo bagno alle cascate nel bosco; era solo e febbricitante e come un lupo ferito era stato lasciato indietro dal suo branco.

Chiuse gli occhi, e raggiunse i suoi compagni di vedetta; chiuse gli occhi, ed esplorò le sue tende; chiuse gli occhi, ed osservò i drappi e gli stendardi; chiuse gli occhi e conobbe il suo generale, un uomo avanti con gli anni, la mascella larga, l’elmo a forma di luna tricorna - la spada lorda del sangue dei suoi nemici - per quante volte possa strofinare, non tutte le macchie possono essere pulite.

Portò da bere al soldato, lo fece stendere al fresco, sussurrò parole perchè l’Onda lo guarisse. Nel suo eremo, lo fece riposare con la testa sulle sue ginocchia e l’orecchio alle cicale, proteggendolo sotto la zanzariera.
Era stato rapito dai nemici, in quanto figlio del capo e generale Yamashita; ma il sangue che correva nelle sue vene non era puro, non era un buon ostaggio e lui stesso non era disposto a rivelare i piani e i movimenti del suo comandante. L’avrebbero ucciso, se non fosse scappato: non tanto perché avesse cara la vita quanto per riferire le preziose informazioni che da prigioniero aveva recepito.
In due giorni di convalescenza, in un soffio di vento e magia, lo riportò al suo accampamento poco più a valle.
I soldati accolsero Ren come si fa con gli Oni e gli spiriti spaventosi: una mano alla spada, l’altra al petto; veniva però con il figlio del generale e parlò per lei, ed entrarono nella sua tenda di broccato e discuterono a lungo di quello che si doveva fare.

Chiuse gli occhi, ed era a valle, tra gli stendardi dei nemici che preparavano loro un agguato. Osservò i loro piani, osservò le loro lettere, osservò la strada che si preparavano ad intraprendere.

Il comandante Yamashita Iwao si inginocchiava ai suoi piedi, le prometteva oro e gioielli se avesse voluto aiutarli; a corte, prima, a casa sua poi, come sua legittima sposa. Ren aiutò il Clan Yamashita a reagire all’agguato che il Clan Hojo, che fino ad allora si era chiamato loro alleato, aveva preparato per loro.
Vinsero quella battaglia senza alcuna perdita, e mentre i soldati ringraziavano gli Otto Milioni di Kami, Iwao Yamashita ringraziava Ren, che ricordò lui le sue promesse.
A Ren non interessavano oro e gioielli, ma accettò lo stesso.

Ren voleva incontrare l’imperatore.

martedì 26 settembre 2017

Background - Monacato (parte 3/??)

1327 - Autunno

Dopo averla portata in salvo al monastero, Hideki aspettò che la fanciulla si addormentasse prima di scomparire nella notte, e alla mattina non fu che un sogno di luna e di anatre mandarine.
Al monastero non mangiava nè carne, nè il latte degli animali, nè le uova dei volatili. Praticò la disciplina della solitudine ma non riuscì a dimenticare le arti del compiacimento degli uomini e delle donne - continuava a considerare la sua permanenza in quel luogo provvisoria, e fu grazie a questo pensiero che, negli anni che seguirono, tentò di lanciarsi nella comprensione della transitorietà della vita e dei desideri umani.
Un cuore vuoto non si aggrappa ai beni materiali, non si aggrappa ai sentimenti di egoismo, vanità, invidia; può ascoltare le voci di Otto Milioni di Kami e cavalcare l’Onda eterea.
Immergersi senza bagnarsi.
Ma il cuore della ragazza non era e non fu mai completamente vuoto: fu il suo talento, più forte della sua determinazione e più agguerrito del suo spirito placido, a farle vedere l’Oltre; ciònondimeno, i suoi desideri terreni erano lontani dalle belle vesti di broccato e sete che abbandonò in favore del cotone bianco e rosso da Miko, dalle parole inutili a cui rinunciò in favore del frinire delle cicale; le arti della meditazione, della calligrafia e della contemplazione sostituirono le altre senza soppiantarle del tutto.
Passò dalla vitale ed energica città ad un monastero silenzioso, alla solitudine di un tempio immerso nella foresta sul fianco di una montagna. La natura rigogliosa era tutt’uno con lei.
Dialogava con i Kami che passavano a trovarla, onorava le tombe degli antenati della valle, si assicurava che il fiume dormisse nel suo letto; e se c’era un mostro di fuoco che dormiva all’interno del monte, un vulcano spento che brontolava nella notte, lei lo teneva buono, addormentandolo con le sue ninne nanne.
Ren era il nulla e il tutto, il connubio tra il cuore umano e lo spirito del dio. Ren era, ed oggi è, il vuoto.

Background - Apprendistato (parte 2/??)

1322 - Capodanno


Eventualmente, la bambina fu accettata come maiko in prova, a patto che il suo lavoro ripagasse ciò che la signora Katsue aveva pagato per lei, a patto che continuasse a dimostrarsi degna dell’okiya.
Cambiò pelle ancora una volta: dopo molti bagni, tornò a risplendere un bianco candido di perla; cambiò vestiti, e gli stracci vennero sostituiti dalle sete dei suoi primi kimono ricamati; cambiò nome in Kin, oro. In virtù dei talenti che l’avevano portata in quelle stanze, ad imparare lo shamisen, a servire il tè e l’arte della conversazione dietro i ventagli, in virtù della profezia trascritta sul talismano del tempio la notte di Capodanno.
Momo aveva acconciato Kin, che a dieci anni era più simile ad una bambola che ad una bambina, con l’amore che si riserva ad una figlioletta; aveva coperto il colletto e le maniche del suo kimono con pelliccia di volpe bianca, aveva truccato le labbra come le fanciulle di due anni più grandi e annodato i suoi capelli con molti fermagli. Quando vide Hideki al tempio, iniziò subito a parlare di quanto fosse bello e galante, e di quanto essere richiesta da lui e dai suoi fosse un grande onore: l’uniforme nera, la spada al fianco - così diversa dalle spade di tutti gli altri, con quei caratteri esotici che leggeva ad alta voce con la voce timida e mascolina, se gli veniva chiesto per favore, i capelli neri lucidi come l’inchiostro.
Lui vedendole si avvicinò a salutare la giovane geisha e la sua piccola maiko: Momo fu al settimo cielo e Kin, a dieci anni, capì di aver incontrato il suo destino. Quando vennero fatte le presentazioni, tutti presero le parole di Hideki come un complimento molto galante:

- L’airone è fatto per mangiare le rane. Sarai la mia rovina, piccola Kin.


Hideki parlava con lei per poesie e per regali, perlopiù recapitati dalla signora Katsue o dalla stessa Momo; non richiedeva mai la sua compagnia e, quando lo faceva, dopo poco tempo doveva allontanarsi per doveri ed impegni improvvisi, lasciando ad altri l’onore di riaccompagnarla all’okiya; non le chiedeva di suonare per lui o versargli da bere, anzi spesso perdeva tempo in qualche consiglio di natura personale, come quale medico visitare per l’infreddatura stagionale o come approcciarsi ad altri conoscenti che avrebbero potuto causarle qualche fastidio. Era esperto e un divertente rivale nel gioco delle carte. In lei cresceva un affetto che non poteva aver provato per quella figura paterna di cui ricordava a malapena i denti marci e che non credeva avrebbe provato mai per altri uomini, e al suo quattordicesimo compleanno fantasticava spesso di quando sarebbe diventato il suo favorito.

lunedì 25 settembre 2017

Background - Infanzia (Parte 1/??)



- Infanzia (parte prima)

Aoi fu l’ultima di sette fratelli, poi il ventre della madre seccò. Quando nacque, tutti i pesci della baia di Minamisaki vennero a galla e boccheggiarono fino a morire. Quando vennero i pescatori, erano già marci e nella loro carne avevano fatto le uova le mosche. Questo non fu l’unico degli sventurati presagi che circondarono la nascita e la vita della bambina venuta alla luce con una perla in bocca.
I suoi genitori e i suoi fratelli erano scuri ed olivastri di carnagione, dall’aspetto sano e dalle caviglie robuste; lei invece aveva i polsi bianchi, il fiato sottile e gli occhi blu, da cui prese il nome.
La famiglia sfamava i propri figli come poteva, riempiendosi lo stomaco del pesce che riuscivano a prendere e le ossa delle cinghiate del padre; nel breve periodo che Aoi trascorse con i suoi familiari, due dei fratelli morirono in due diversi incidenti in barca, il padre perse una gamba, una sorella che amava tormentarla si versò l’acqua bollente in faccia e la madre fu aggredita dalle vespe un giorno che la portò, da sola, nel bosco.
All’età di tre anni, nonostante le ghirlande di fiori, gli incensi accesi e le piccole offerte votive che venivano depositate ai piedi di Aoi, a Minamisaki si soffriva ancora la fame e i pesci sembravano evitare la baia come se fosse stregata. Al tempio si pensò a rituali di esorcismo antichi, si prepararono corde e torce, si legò la fanciulla all’altare; ma non ebbero cuore, e per liberarsene la vendettero come sguattera in un bordello di città quando passarono dei mercanti che accettarono di prenderla per tre monete.


La vita per le strade fumose di Odako non fu facile, nonostante si iniziò a mormorare che Aoi dagli occhi blu fosse benedetta da qualcuno dei kami di Minamisaki, distrutta da pochi mesi da un tifone; la bettola era delle più malfamate, e il vicolo in cui trovava il suo puzzolente pertugio era così stretto che nemmeno a mezzogiorno vi batteva il sole. La proprietaria aveva pensato di comprare la bambina, nutrirla come una bestiola, farla dormire in cucina e farla lavorare quanto potesse; se non fosse morta, in qualche anno l’avrebbe venduta e usata come una delle tante ragazze che sbocciavano, venivano colte da mani indelicate e sfiorivano nell’arco di poco tempo, la cui unica fortuna era quella di avere vita breve.


Crescendo, Aoi perse, come un serpente perde la pelle vecchia, quella sua aria di indolente oscurità che si portava dietro per un comportamento più aggraziato e docile - continuando a perdersi nella ricerca continua dei Kami del vento e dell’aria, nella contemplazione dell’acqua e del fuoco, nel contare gli anelli del legno e gli strati dell’acciaio.